Racconto finalista del concorso letterario nazionale Massimo Tamburi: accarezza un sogno...

CLASSE V A “Brunacci Vincenzo, Camodeca Antonella, Gatto Antonella, Gatto Matteo, Mastrota Vincenzo, Mortati Marzia, Odoguardi Rosalba, Pulignano Stefano, Romeo Gianfranco, Romeo Maria, Roseti Giuseppe, Stamato Elisa, Tamburi Massimo, Tavaglione Mara, Urbano Giuseppe, Violante Ciro, Ventimiglia Alberto”. Un appello sentito per cinque anni di fila, credevamo infiniti, senza tempo, credevamo che quest’ ultimo si fosse fermato. La voce che sottolineava i nostri nomi a volte era piacevole, altre era pesante come una condanna, a seconda della materia che si preferiva o si odiava, o meglio a seconda dell’insegnante. E’ facile dire di non pensare al passato, di andare avanti, di dimenticare; ma perché dovrei farlo, quando proprio un momento della mia vita spensierata e con meno problemi è incastonato in un’aula con degli amici speciali come quelli che ho avuto e ho ancora? Avevamo tutti da poco concluso le scuole medie ed eccoci lì, in un’aula un po’ vecchiotta di un liceo scientifico, ognuno proveniente da paesini limitrofi e con la voglia di divertirsi e forse di studiare. Ci sentivamo più grandi e non avevamo la minima idea del percorso che avremmo intrapreso nei futuri cinque anni. Abbiamo attraversato insieme Natali, pagelle, pianti, gioie e difficoltà varie, abbiamo condiviso tutto ma soprattutto abbiamo riso. La cosa incredibile, la magia che può accadere solo rarissime volte nella vita di un qualunque studente, è di trovare una classe completamente unita. E’ stato talmente bello quanto è irripetibile, ci si prendeva in giro ma senza mancare mai di rispetto, chiaramente, come in tutte le classi, c’erano quelli che zoppicavano, i bravini, i bravissimi e gli eccellenti. Volete che vi sveli un segreto? Nella mia classe tutti abbiamo preso il fatidico 100 e tutti abbiamo preso il 60 politico. Voi vi chiederete come? E’ semplice, ci si aiutava gli uni con gli altri, non si abbandonava mai il compagno in difficoltà, come una vera squadra sportiva, come una famiglia, come dei veri amici. I voti si sapevano ancor prima di andare a un’interrogazione o svolgere un compito, ma ciò che più contava era restare uniti e superare i cinque anni tutti insieme, con i nostri pregi e con i nostri difetti. Via via il tempo passava, finchè si arrivò all’ultimo anno, in classe V sezione A. Piccolo particolare: nell’appello c’è Giuseppe Roseti, un compagno di classe che si trasferì e non trascorse con noi l’ultimo anno ma, essendo troppo legati, lo lasciammo nell’elenco e restammo in contatto con lui. Tra calcoli matematici e letteratura latina, tra l’inglese e la chimica, tra la filosofia, la storia e la biologia, tra Dante ed Enea, tra un 4 o un 8 o addirittura un 10 o un 2 meno meno, c’eravamo sempre noi, tutti diversi, ognuno con i propri sogni e le proprie idee: Brunacci Vincenzo, il capellone con gli occhiali e un’aria da filosofo metropolitano, Camodeca Antonella, sempre sorridente e pronta ad aiutare chiunque in un momento di smarrimento mistico scolastico, si trovasse immerso nella disperazione più totale nel tentativo di trovare un soluzione di un compito in classe. Gatto Antonella, la ragazza che andava in ansia per una qualunque piccola problematica, buonissima e pronta a fare gruppo. Gatto Matteo, un ragazzo eccezionale, un amico senza il quale non avremmo potuto apprezzare la vita, non saremmo diventati gli uomini e le donne che ora siamo: la sua disabilità sembrava non sfiorarlo mentalmente, anche se fisicamente lo faceva soffrire moltissimo, ma il suo obiettivo era di arrivare al fatidico diploma ed era da sprono a tutti noi a non mollare mai. Mastrota Vincenzo, per gli amici Vincenzone, data la sua ex mole, oggi un fuscello o quasi, mio compagno di banco per un anno e sempre amico. Mortati Marzia, compagna di banco dell’ultimo anno: per affrontare tutti i compiti durante tutto l’anno e giungere alla promozione, si pensò di cambiare strategia e posizionarci tatticamente con i banchi, affinchè riuscissimo ad aiutarci meglio e Marzia era veramente una manna dal cielo, anche se qualche volta la stressavo a tal punto da portarla a pensare di cambiare nazione. Odoguardi Rosalba era particolare, bravissima a scuola ma con un modo tutto suo di vedere le cose, a volte prendeva un po’ tutto seriamente e forse solo oggi mi rendo conto che era più matura dell’età che aveva. Pulignano Stefano, il rivoluzionario scolastico, quello che riusciva a farsi amare o odiare tantissimo dagli insegnanti. L’ultimo anno fummo scelti io e lui come rappresentanti di classe, è stato come dare una pistola carica a un bambino. Nella banda non poteva mancare Romeo Gianfranco: se abbiamo riso tanto e “gradito” meglio la permanenza in quella che noi definivamo “galera”, è proprio grazie a lui. Il ritardatario che sapeva rigirarsi la frittata fino al punto di avere ragione, quello che all’improvviso sapeva un capitolo di storia o filosofia a memoria senza aver studiato, quello che scambiava la sedia per una poltrona. Romeo Maria, non era parente con Gianfranco, come non lo erano i Gatto, (pura omonimia), una ragazza che ebbe la fortuna di essere madre appena finito il liceo, la perdemmo di vista ma qualcuno mi ha detto che sta bene, l’ultimo anno lo passò un po’ in classe un po’a casa. Con Stamato Elisa insieme a Camodeca, i compiti in classe erano assicurati, in caso di problemi con i professori erano sempre pronte a schierarsi a favore dello “zoppo” di turno che cercava giustificazione per una questione qualunque agli occhi del professore. Tamburi Massimo: aspettavamo tutti che arrivasse il più “matto” (inteso come un complimento); aveva un’aria da rock star, anche se non si atteggiava mai ma perché lo era nel sangue, con i suoi occhiali da sole entrava in classe e iniziava sempre a raccontarci un racconto misto tra qualcosa che faceva ridere e qualcosa di serio. Tavaglione Mara per anni era stata la ragazza di Stefano, forse dalle scuole medie o forse da appena nati, poi, per cambiare un po’ le cose, l’ultimo anno si lasciarono ma restarono amici. Urbano Giuseppe e Violante Ciro li unisco, semplicemente perché erano due ragazzi veramente bravissimi anzi, eccezionali, erano la punta di diamante della VA: era grazie a loro che riuscivamo ad arrivare alla fine di un compito di matematica. Poi c’ero io, che ero un maestro nel copiare, imbrogliare e trovare un modo per far passare il compito così da averlo tutti senza farsi scoprire dai professori. Le mie idee, messe in pratica, furono richieste da altri imbroglioni come me di altre classi; era diventato quasi un business e non credo che ce l’avrei mai fatta senza l’aiuto dei miei compagni di classe. Trucchi infallibili che dovevano essere eseguiti alla lettera e con sincronizzazione spettacolare, degni del grande Houdini. Come ogni mago che si rispetti, non rivelo i miei trucchi tanto facilmente. Avevamo tanti sogni e tanti progetti, credevamo di essere immortali, che il mondo fosse nostro e tutte quelle cose che i ragazzi a quella età pensano o dovrebbero pensare, perché è giusto che sia così. C’è stato permesso di sognare, di vivere un momento indimenticabile e conservarlo per tutto il resto della nostra vita. Il 4 luglio del 2000 credevo di essere libero, avevo appena dato gli esami orali e non mi importava niente del voto, per me era finita e credevo che con i miei amici saremmo cresciuti e avremmo cambiato il mondo, che avremmo fatto più dei nostri genitori e che la vita sarebbe stata più semplice. Svegliandoti una mattina, hai molti anni in più, forse un po’ di pancia e senza capelli, forse dei figli, forse un lavoro o quasi: ti fai trascinare dalla routine, da un mondo veloce e per certi versi sporco, spietato e cattivo, a cui non gliene frega niente da dove vieni, quali sono le tue esperienze di vita, se non per un curriculum o per i dati sulla carta d’identità da esibire al momento richiesto. Non importa a nessuno che facevi parte del gruppo più forte di tutti i gruppi in circolazione, che avevi degli amici che ti capivano con uno sguardo e che ridevano alle tue stupide battute, anche se erano penose, che conoscevano e accettavano i tuoi peggiori difetti, perché apprezzavano quei pochi ma buoni pregi. La vita ti cambia, modella il tuo pensiero, rende reale il concetto che un sogno molto spesso resta tale e poi te lo fa abbandonare in un dimenticatoio. Nessuno colpisce più duro di come fa la vita quando non va per il verso che tu desideri e allora è facile crollare e credere che tutto sia perduto e che tu sia spacciato. Ormai, sfiancato da tutto, ti ritiri in una tua idea, forse bizzarra, di un mondo ancora più bizzarro e incomprensibile per certi versi. Proprio nel momento di profonda disperazione ripieghi in ritirata in un rifugio immaginario e cerchi un barlume di speranza che sai, o pensi, di non poter trovare. Allora ecco riaffiorare alla mente un elenco fatto di nomi, un appello che fa leva e solleva le guance, perché una linea di sorriso prende forma sulla tua bocca. Improvvisamente, eccoti arrivare uno schiaffo che non ti fa male perché è inspiegabilmente anche una carezza ed ecco davanti a te Massimo Tamburi, Giuseppe Roseti e Matteo Gatto, che ti dicono: “Alzati in piedi e non arrenderti, combatti, perché noi siamo sempre con te e la classe V A ti seguirà per sempre, noi spiritualmente e gli altri con il cuore. Prima o poi ci rincontreremo e potremo ancora ridere e scherzare, copiare i compiti in classe, fare mille pazzie e abbracciarci come un tempo”. Vorrei risentire ancora quell’appello, a volte piacevole a volte una condanna, ma in realtà paterno o materno. Vorrei tornare a casa e sedermi accanto a mio padre, dire che a scuola non va benissimo ma che ce la farò, perché dentro di me conto nell’aiuto dei miei compagni. Vorrei dire a tutti loro ad uno ad uno che gli voglio bene, abbracciarli e ringraziarli. Sono stati, e lo saranno sempre, i migliori compagni di scuola che mai avrei potuto desiderare. Ecco la spiaggia del mio paesino in una qualsiasi stagione, con il mare a volte in tempesta e altre calmo. Rivedo i miei compagni di classe, le partite di pallavolo in palestra, le ore di lezione in cui tutti sembravamo ascoltare l’insegnante mentre molti di noi viaggiavano con la mente per chi sa dove, le ore di teatro di sabato pomeriggio in un paesino che non offriva la discoteca o altre distrazioni; mentre ragazzi della nostra età in città frequentavano quei posti in quel preciso momento, noi stavamo bene, ci divertivamo lo stesso e non ci mancava nulla. Abbiamo condiviso tante cose, piccoli problemi che sembravano enormi come montagne, ma insieme abbiamo superato tutto. Questa è la mia storia, una che forse non ha voce in capitolo, perché molti di voi l’avranno già sentita o vissuta in maniera migliore, peggiore o simile. Questo è il mio racconto, il miglior stralcio della mia vita adolescenziale, e vorrei che ciascuno studente, ogni volta che suona la campanella di scuola, si ricordasse dell’amore e della profonda amicizia di quei ragazzi che credevano che fosse tutto lì e che non sarebbe mai finita, vorrei che si ricordi di un piccolo grande mondo racchiuso in un appello fatto di nomi leggendari, immortali e indimenticabili: “Brunacci Vincenzo, Camodeca Antonella, Gatto Antonella, Gatto Matteo, Mastrota Vincenzo, Mortati Marzia, Odoguardi Rosalba, Pulignano Stefano, Romeo Gianfranco, Romeo Maria, Roseti Giuseppe, Stamato Elisa, Tamburi Massimo, Tavaglione Mara, Urbano Giuseppe, Violante Ciro, Ventimiglia Alberto”. Alberto Ventimiglia