Anime in fuga: ” racconto breve partecipante al concorso “La luna di traverso” 2009 (tutti i racconti brevi verranno pubblicati in una raccolta)

Me ne sto seduto su una poltrona di una sala di un cinema a guardare un film, con una bella donna al mio fianco, ma tutto quello che ho intorno, tutto quello che ho, adesso, tutto quello che respiro, in ogni momento, non può farmi dimenticare il passato. I miei ricordi da bambino partono dai tre anni: la mia famiglia, gli ospedali, la casa in cui vivevo con i miei genitori. Da qualche parte ho letto che il destino ce lo creiamo noi. Chissà se è vero !? Non ho ancora capito bene il significato di questo enunciato. Vivevo con i miei in un piccolo paesino sperduto d’Italia; a tre anni mi ingessarono il braccio destro. In ospedale, ai dottori fu detto che ero cascato a terra mentre inseguivo una palla. Io, però, non ricordo nessuna caduta … Alcune situazioni portano i bambini a crescere più in fretta di altri; la mia era una crescita accelerata, costretta a capire subito che c’erano delle regole non spiegate ma che dovevi capire da solo e subito. Mia madre, non a caso, ne parlo per prima. Per mestiere faceva la donna delle pulizie, lavava le scale di due condomini e svolgeva il compito di badante, a volte, per anziani. Era una donnina esile: i vestiti che portava erano sempre ricoperti da grembiuli, sia in casa che a lavoro. Mio padre faceva l’operaio presso una ditta edilizia, aveva delle mani enormi. Messe insieme erano grandi quanto il sedile della poltrona sulla quale sono seduto. Era un uomo di una forza incredibile; la sua scuola era stata la strada. Il contrario era mia madre che, da ragazza, leggeva tantissimo e i cui genitori, nonché miei nonni, tenevano alla sua preparazione culturale. Mia madre aveva sposato mio padre giovanissima. Aveva circa venti anni. I nonni non volevano che sposasse un orfano e, per giunta, operaio. Veniva da una famiglia medio borghese e i genitori avevano investito su di lei grandi speranze per il futuro. Quando decise di prendere per marito mio padre, i suoi genitori le chiusero la porta di casa. Forse erano due bigotti, ma di sicuro non avevano tutti i torti a reagire in quel modo. Dai quattro ai sette anni, le botte vere e proprie non le presi, grazie a mia madre che le prendeva per me e mi proteggeva. Accadeva tutto molto velocemente. All’improvviso, quell’omone tornava, chiedeva da mangiare sgarbatamente. A mala pena mi degnava di uno sguardo e lo stesso riservava a mia madre. Per un futile motivo qualsiasi si adirava; mia madre correva subito verso me e mi chiudeva in bagno. Le chiavi della porta le teneva sempre nella tasca del grembiule e, mentre io sentivo gridare, urlavo e battevo i miei piccoli calci e pugni dietro la porta. Spesso passavano ore prima che quella porta venisse riaperta. Io, per tutto il tempo, cercavo di pensare che non stesse accadendo nulla, che si trattasse solo di un chiarimento dei miei genitori, ma le urla di mia madre mi facevano incalzare i pugni e i calci contro quella maledetta porta che mi teneva prigioniero ma, nello stesso tempo, mi proteggeva da inevitabili dolori fisici e mentali. Quando la porta si riapriva, trovavo mia madre sempre in condizioni pietose, in lacrime, con le guance piene di segni di grosse mani. Uno degli occhi o entrambi spesso tumefatti. Ma la cosa che mi scioccò veramente, fu vedere il suo corpo nudo, mentre si lavava sotto la doccia, ricoperto di lividi, bruciature e tagli. Le chiedevo come si era “fatta la bua” e lei sdrammatizzava sempre, mi diceva che non era nulla, che si trattava di cadute o di sbattute da qualche parte. Giustificava tutto, anche quando le chiedevo se papà era cattivo. Ella mi diceva che era solo molto stanco per il lavoro o era adirato per colpa di qualche collega o che mi voleva bene e faceva così perché si prendeva cura di noi. Un ragionamento che già a quell’età non capivo, adesso mi sembra più che assurdo. Il rapporto con i miei compagni di scuola era incredibile. In pratica avevo amici immaginari: gli unici che mi volevano veramente bene, dopo mia madre, e gli unici a cui confessavo delle cose o esternavo dubbi, ai quali, in pratica davo risposte da me. Ero un escluso in classe e le maestre non facevano altro che dire di voler parlare con mia madre, la quale veniva a scuola a sentire le solite cose, i suggerimenti o, a volte, le minacce di rivolgersi agli assistenti sociali. Dunque la situazione era questa: non avevo un padre ma un orco. Avevo amici immaginari, per me reali, che mi capivano. Ero emarginato dagli altri bambini. A scuola ero lento a capire e non stavo concentrato durante le lezioni. Avevo otto anni e, quindi, se a quattro dovevo pensare da ragazzo di undici, a otto dovevo pensare da sedici. La via di fuga da quell’inferno, per me e per mia madre, era crescere il più in fretta possibile. Non potevo permettermi di andare male a scuola; in fondo i libri non mi mancavano e la testa potevo usarla. Iniziai la terza elementare con i buoni propositi. Un giorno tornai a casa dopo la scuola e trovai mia madre che perdeva sangue dalla testa. Con uno strofinaccio, che avvolgeva del ghiaccio, cercava di tamponarsi il rigagnolo rosso. Stavolta non ebbe il tempo di pensare se proteggermi o giustificare l’accaduto. Scappai nella stanza da letto e vidi mio padre che, come sempre, dopo ogni sfuriata, prendeva dei soldi e usciva. Si stava infilando la giacca, gli saltai addosso dicendogli delle parole in difesa di mia madre e contro di lui. Le cose si misero male per me, mi scrollò come fa un asino con le mosche in primavera. Sbattei la testa contro un comodino; non mi feci male o, almeno, non tanto rispetto alle botte che presi quella sera. Da allora, altre ne seguirono. Le prime partirono solo con le mani e un po’ di parolacce contro di me “figlio maledetto e non voluto”, contro mia madre “prostituta senza senso, che non aveva dato una buona educazione a un figlio sciagurato come me e che osava alzare le mani su suo padre”. Mia madre corse subito nella stanza per strapparmi alle troppe percosse, ma il suo gesto costò caro a entrambi. Mio padre si tolse la cinta dai passanti dei pantaloni e, dalla parte della fibbia, iniziò a prenderci a cinghiate: a me, lungo la schiena; a mia madre, ovunque, a casaccio. Quando rimanemmo soli, io e mia madre, quando le grida di dolore e di pietà di entrambi smisero di uscire dalle bocche, quando sopraggiunse il silenzio che per noi era rumore nelle nostre teste, quando mia madre asciugò prima i miei e dopo i suoi occhi, ci alzammo da terra e senza fiatare ci medicammo le ferite. Dopo che mamma si assicurò che stavo “bene”, mi disse di cenare e poi di andare a letto e che il giorno dopo non sarei andato a scuola. Questo non potevo permettermelo. Dovevo obbligatoriamente per me stesso e per lei, studiare e andare il giorno dopo a scuola. Ricordo ancora quella notte: fu una notte che si ripetè come tante altre ancora . Cenammo in religioso silenzio e poi diedi un bacio a quella povera donna sulla guancia meno dolorante. Andai in stanza, presi il libro. Dovevo studiare la lezione di scienze. Quella sera iniziai a studiare: “ Il maiale appartiene alla famiglia dei mammiferi, il maschio si chiama verro e la femmina scrofa, mentre i cuccioli sono detti suinetti…” . M’ interruppe l’aprirsi della porta di ingresso. Era il preludio dell’arrivo del “maiale”; trattenni il respiro; lui entrò nella stanza da letto e lo sentii confabulare con la sua consorte. Sentivo che alzava la voce e mia madre diceva di abbassarla, perché altrimenti mi sarei svegliato, visto che mi credeva dormiente. Spensi l’abajour sulla scrivania e mi misi nel letto, sotto le lenzuola. Accesi una piccola torcia tascabile e continuai a studiare a bassa voce. In seguito, continuai a seguire le parole solo con gli occhi. Il tono nell’altra stanza si alzava sempre di più. Iniziai a perdere un po’ la concentrazione; infine piansi. Quando tornò il silenzio, mi asciugai le lacrime e ripresi a studiare. La mattina dopo andai a scuola, entrai in classe e venni chiamato per l’interrogazione. Presi un buon voto e, da allora, andai sempre a scuola, preparato per quel che potevo. Iniziai a recitare una parte, quella del bimbo felice senza problemi. La cosa poteva passare sotto i disattenti occhi degli adulti, come sempre distratti, ma non sotto quelli dei bambini, dei miei compagni. Tra bambini, a volte, si ricevono giudizi più crudeli di quelli degli adulti. Ai miei compagni di classe non importava nulla dei miei progressi scolastici. Per loro rimanevo sempre un tipo strano, che non comunicava molto e che farfugliava roba tra sè. Non mi importava, i miei obiettivi erano ben altri. Pensavo solo a terminare quanto prima gli studi e fuggire con mia madre, in un posto qualsiasi, che non conoscevo nemmeno. Andavo molto bene in geografia; chissà perché. Ero interessato a tutti i luoghi, soprattutto, a quelli lontani dalla mia terra. La routine era ben scritta su evidenti segni lungo la schiena o sulle gambe. Se subivo sul collo o sulle guance, cercavo di coprirmi, come meglio potevo. Mia madre, qualche volta, finì anche in ospedale, dichiarando, come purtroppo fanno molte donne che subiscono, di essere caduta dalle scale o di essere stata investita da una macchina senza essere soccorsa. Come se non bastasse, ogni domenica andavamo a ringraziare il Signore. Quella chiesa, per mia madre, era protezione. Il prete era un’ottima valvola di sfogo e spalla su cui piangere. Per me era un uomo ed era, come tutti, pericoloso. Mia madre diceva che era tempo di ricevere la Prima Comunione. Significava seguire tutti i sabati pomeriggio e le domeniche mattina, sia il catechismo che la messa. Padre Carmine affidò l’insegnamento del catechismo a Suor Grazia. Era una donna forte come una roccia. Ci insegnò molti canti religiosi e messaggi di Gesù Cristo. Il Vangelo era bello da ascoltare per le sue storie, i miracoli, i personaggi. Arrivato alla lettura dei dieci comandamenti, a quel tempo, già mi sentivo come un povero Cristo messo in croce, e la mia sofferenza era mio padre. Con i comandamenti non trovavo molti peccati da parte mia, ma incominciai a riflettere sul fatto che, non seguendoli, sarei finito all’inferno e, quindi, avrei rivisto anche nell’aldilà mio padre. Un comandamento mi rimbombava nella testa, esattamente il quarto, “Onora tuo padre e tua madre”. Iniziai ad approfondire la lettura del Vangelo e questo comandamento. Leggevo la sera, dopo aver fatto i compiti, per la maggior parte terminati sotto le lenzuola, con la solita torcia. Infatti “ l’ orco” aveva emesso un nuovo ordine, quello di spegnere la luce, a una certa ora, dopo cena, altrimenti si consumava troppo e non gli interessava se avessi fatto i compiti o no. Quindi, ritornando al Vangelo, mi accorsi di alcuni passi: “Onora tuo padre e tua madre perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che ti dà il Signore, tuo Dio” (Es 20,12), oppure “Gesù stava sottomesso ai suoi genitori” (Lc 2,51) o ancora “Onora tuo padre e tua madre perché tu sia felice e goda di una vita lunga sopra la terra” (Ef 6,1-3). Tutto questo mi portò a pensare che era quasi giusto che mio padre mi picchiasse e che le percosse facessero di me un martire, per volere divino. All’oratorio i bambini mi evitavano e, forse, dipendeva anche da me, che mi isolavo con i miei pensieri. Me ne stavo seduto su una piccola panchina arrugginita di un improvvisato campo di calcio e, mentre gli altri giocavano, io avvertivo dei forti dolori sulla schiena. Non potevo poggiarmi da nessuna parte. A volte non riuscivo a dormire, perché i lividi dolevano in modo eccessivo. Un po’ per questo motivo, un po’ perché venivo sempre escluso e un po’ per il fatto che il calcio non mi piaceva, me ne stavo per i fatti miei. Una bambina, che giocava con le altre sue compagne a pallavolo, in un altro improvvisato campo a fianco a quello maschile, mi fissava in continuazione. Inizialmente non ci feci caso, ma poi il suo sguardo divenne più insistente. Dopo un po’ si avvicinò e mi chiese perché me ne stessi tutto solo. Non avevo molta voglia di parlare e le risposi: “Fatti miei”. “Dai, vieni a giocare con noi.” Mentre diceva questo, poggiò la sua mano sulla mia spalla sinistra. Di istinto mi lamentai per via del dolore. “Non ti ho nemmeno toccato”, disse. Trovai subito una scusa: “No, è che sono caduto e mi fa male un po’ la spalla”. Quando dovevo ritornare a casa, anche se non distava molto dalla chiesa, impiegavo tantissimo tempo. Era come se non volessi raggiungere la meta, camminavo per quelle viuzze molto lentamente. Quel pomeriggio la bimba, che di nome faceva Miriam, mi chiese se potevamo passeggiare insieme, dato che anche lei era di strada. Non le risposi, ma mi seguì lo stesso. Passammo davanti ad una gelateria e mi offrì un gelato. Strano che una femminuccia mi offra qualcosa; io non avevo mai soldi con me. Mia madre pensava a me e io non ne chiedevo. Il denaro era la fonte più grande di discussione in casa, era un maledetto prologo per le botte. Mia madre ne prendeva tante, rimproverata, perché comprava scarpe, vestiti e libri per me. Non mi faceva mancare niente. Diceva sempre che“un uomo dignitoso, deve avere sempre le scarpe pulite, il corpo profumato e i capelli ordinati”. Comunque soldi, nelle mie tasche, a quell’età, non ne avevo. Accettai il gelato, ero contento. Avevo trovato una persona che mi aveva rivolto parola, al di fuori dei miei amici immaginari, che non mi abbandonavano mai. Tornai a casa soddisfatto, per la bella giornata trascorsa. Mia madre mi chiese come fosse andata la lezione di catechismo; le raccontai di Miriam ed ella mi sorrise dicendomi di mettermi a tavola, dopo aver lavato le mani, perché mio padre era di ritorno dal lavoro. Mi sedetti a tavola e, un attimo dopo, entrò l’ “orco.” Salutò sempre distrattamente, diede il solito bacio lampo a mia madre e, lavatosi le mani, si mise a tavola. Come avrei voluto che mi avesse parlato, chiesto qualcosa della giornata trascorsa: non mi chiedeva mai nulla, non pronunciava mai nemmeno il mio nome. Per molto tempo ho pensato di chiamarmi “Maledetto”. Quella sera gli avrei voluto raccontare di Miriam e di tante mie fantasie da bambino; ero felice. Mi chiese di prendergli una birra dal frigorifero, mi alzai e andai a prenderla. Nel tornare verso il tavolo, la birra fredda mi scivolò dalle mani, cadde a terra e si ruppe. Iniziai a tremare, immobile, con lo sguardo fisso verso di lui, che, subito, si alzò dalla sedia, poggiò le mani sul tavolo, curvò le spalle e scosse il capo. “ Come devo fare con te? Dimmelo tu”. Mentre così diceva iniziò a prendere la cinta. Io lo fissai e, per il terrore, urinai nei pantaloni. La cosa peggiorò la situazione: “Ma che fai cane, pisci sul pavimento? Sei solo un cane, maledetto.” Si lanciò verso di me; mia madre si mise in mezzo, ma fu subito messa fuori combattimento da un mal rovescio del marito. Le cinghiate e i calci furono velocissimi, una raffica di una mitragliera lungo la schiena e le gambe. Il “bastardo”, furbo, evitava il volto e le braccia che erano scoperte, perchè faceva caldo ed eravamo con le magliette a maniche corte. Se ci avesse colpito in volto, non avremmo saputo giustificarci, fuori, con la gente. Mia madre si rialzò e riuscì a togliermelo di dosso, prendendosi anche lei un paio di spintoni. Intanto, lì per terra, pensavo al primo comandamento: “Non pronunciare il nome del Signore, Dio tuo, invano”. Io forse avrò sbagliato a chiamarlo per aiutarmi e a raccontargli del mio dolore. Forse era occupato, in quei momenti; forse, c’era gente che soffriva più di me e, allora, non poteva darmi retta; forse abitava troppo lontano. In pratica lo nominai per tanto tempo, invano. Nei mesi a seguire, l’unica cosa che era cambiata nella mia vita era di essere diventato amico di Miriam, il resto non era cambiato affatto. Arrivò il giorno della mia Prima Comunione: ero vestito tutto di bianco. In chiesa osservavo i miei compagni e i loro genitori. Erano spensierati e i loro problemi, rispetto ai miei, erano sciocchezze. Guardando i miei genitori, invece, capivo come si possa essere ipocriti anche nella casa di Dio. Mio padre vicino a mia madre se ne stava tranquillo, in pace con se stesso, come se tutto fosse normale, come se nella nostra casa non accadesse nulla di terribile. Dopo i sacramenti, tutti i bambini andarono a festeggiare con parenti e amici nei ristoranti. Miriam mi chiese in quale ristorante andassi io; le risposi che non lo sapevo; i miei volevano farmi una sorpresa. In realtà tornammo a casa; mio padre disse che aveva da fare, ci fece scendere dalla macchina davanti casa, rispondendo male a mia madre che gli chiedeva dove andasse. A fine anno scolastico, mia madre riuscì a convincere mio padre ad andare per qualche settimana in vacanza. Andammo in un posto di mare, in un afoso mese di agosto. I periodi in cui alzava le mani su me o su mia madre erano saltuari. Per un bel po’ di tempo sembrava che la sua ira si fosse calmata o almeno ogni volta così credevo e speravo. Durante le vacanze sembrava un’altra persona, mi trattava come un padre dovrebbe trattare un qualsiasi figlio. Non erano le prime vacanze che facevamo ma erano le prime in cui capivo molto di più sulla mia situazione famigliare. Mi offriva gelati, mi rivolgeva parola, mi chiedeva se mi piaceva qualcosa che guardavo durante le passeggiate. Non mi dava mai un bacio, non mi diceva mai: “Ti voglio bene”. Mia madre era contenta; almeno, in quei giorni di vacanza, sembrava un’altra persona. Io, però, dopo averne viste tante da parte di mio padre, non mi fidavo per niente, lo temevo sempre. Temevo ogni cosa che facevo quando c’era lui; pensavo che se una cosa non gli fosse andata bene, me l’avrebbe fatta pagare cara; si sarebbe risvegliata la belva che era in lui. Era un continuo assecondarlo. E mia madre, per quanto la vedessi in quei periodi serena, non lo era mai fino in fondo. A dieci anni finii le scuole elementari e iniziai le medie. Altre situazioni, altri momenti. Alcuni miei compagni, della scuola elementare, me li ritrovai nella classe delle medie. Mi impegnavo molto nello studio. Un’altra cosa buona, di cui ringrazio ulteriormente mia madre, era che, in casa, non guadavo mai la televisione. Mio padre ne diventava proprietario assoluto. Quando non c’era mia madre, si impegnava affinchè studiassi e non mi distraessi. Mi faceva leggere molti romanzi, e la cosa non mi dispiaceva. Leggere romanzi del novecento mi faceva evadere con la mente: era una fuga continua, in posti incredibili e scenari magnifici. A scuola ero sempre il solito escluso, tranne per Miriam, l’unica con la quale parlavo e che mi era rimasta amica. Eravamo finiti nella stessa classe, ma ella, per non essere presa in giro, non stava con me nel banco anzi, per dirla tutta, io non avevo un compagno di banco. Eravamo dispari in classe e, anche se fossimo stati pari, nessuno si sarebbe seduto vicino a “uno strano”. Avevo smesso di parlare con amici immaginari. In classe, forse anche grazie a Miriam, parlavo molto di più con le femminucce che con i maschietti. Un giorno, durante la ricreazione, un ragazzo di un’altra classe diede fastidio a Miriam, giù nel cortile della scuola. Miriam chiedeva di essere lasciata in pace, ma egli continuava a tirarle i capelli e a stuzzicarla. Io me ne stavo appoggiato a un muro e mangiavo un panino. Osservavo la scena e iniziai a tremare, ma, stavolta, improvvisamente, mi salì una rabbia inaspettata. Ero un ragazzo di sana e robusta costituzione, anche molto alto rispetto agli altri, e anche questo non agevolava i rapporti con i miei coetani. Preso dalla rabbia, mi scagliai contro il ragazzo e lo presi a calci e pugni, talmente velocemente che non riuscì a reagire. All’improvviso, guardai Miriam con le lacrime agli occhi. Anche il ragazzo a terra si mise a piangere e a chiedere perdono. Attorno a noi si creò un enorme silenzio. Mi fermai subito, rimasi immobile, lo guardai e, all’improvviso, mi sentii come mio padre, lo stesso identico mostro che mi pestava almeno quattro volte a settimana, senza ragione; a mia madre, quasi tutti i giorni. Porsi la mano al ragazzo e lo aiutai ad alzarsi: chiese scusa a Miriam e io lo abbracciai. Mi scusai, gli chiesi come si chiamasse e gli dissi che doveva smettere di dare fastidio alle ragazze. Tornai a casa, ma ero molto triste; pensavo che con quel gesto avrei fatto la fine di mio padre, che sarei diventato un uomo violento e senza scrupoli. Non ne parlai nemmeno con mia madre, mi vergognai troppo. La sera, nel letto mi misi a piangere per quell’orribile gesto che avevo compiuto. Giurai a me stesso che non avrei mai fatto del male a nessuno. A scuola iniziarono a parlare con me e a rispettarmi. Avevano cambiato opinione di me o temevano che un giorno mi sarei adirato con qualcuno di loro e avrei fatto del male? Finalmente arrivai agli esami di terza media. Potevo considerarmi soddisfatto della mia media scolastica e felice che almeno gli altri ragazzi mi avevano preso in considerazione. Soprattutto iniziavo a passare molto più tempo con Miriam, e non so per quanto tempo avrei potuto contenere il segreto del mio amore per lei. Portai la pagella dell’ultimo anno a casa, ero contento, ottimi voti. Appena aprii la porta mi fermai nell’ingresso; mio padre non era andato a lavoro quel giorno; sentii come sempre i toni delle voci, troppo alti. Da un paio di anni riuscivo finalmente a capire di cosa discutessero: egli diceva che mamma non era buona nemmeno a generare altri figli, ed ella rispondeva che era stata colpa sua, perché le botte, che le aveva dato, le avevano causato dei grossi problemi, anche all’utero. Dai toni si passò alle mani. Avrei potuto riaprire la porta di casa e tornare più tardi, tanto non si erano accorti di me. Ma non era da me e io, mia madre, non l’avrei lasciata. Entrai in cucina e mi misi tra i miei genitori; non mi ero accorto che mia madre aveva un coltello in mano. Mio padre la disarmò e, armato di coltello e preso dalla foga, mi fece uno squarcio sulla parte dorsale sinistra; sbrecciò la pelle con facilità, perché la lama era ben affilata. Urlai dal dolore e mi accasciai a terra. Mia madre ripeteva: “Hai visto che hai fatto a nostro figlio?” Mio padre mi prese da terra e andammo in ospedale. Lui non volle entrare, non perché si vergognasse ma perché avrebbe dovuto dare spiegazioni ai medici e, vigliaccamente, lasciò a me e a mia madre il compito di giustificare l’accaduto. In ospedale i dottori mi medicarono, mi misero molti punti. Mentre si prendevano cura di me, chiedevano a mia madre come mi fossi procurato quel taglio. Lei, fino a quel momento, anche se le avevano chiesto subito cosa fosse accaduto, rispondeva in maniera confusa, farfugliava parole: un po’ perché era agitata per le mie condizioni e un po’ perché non aveva preparato, come al solito, una valida giustificazione. Se ne stava con le lacrime agli occhi. Risposi io dicendo che mi ero fatto male scavalcando una recinzione. Non mi ero accorto di una lamiera di ferro e mi ero ferito. I medici non erano convintissimi della mia storia, soprattutto perché, mentre mi medicavano si accorsero dei tanti lividi e delle cicatrici che avevo sul corpo. Mi aiutarono a rivestirmi dandomi anche una coperta, perché i vestiti erano lacerati. Uno dei dottori chiamò mia madre in disparte e sicuramente le fece un discorso riguardante il fatto di denunciare mio padre. Mia madre ritornò da me in lacrime, appena asciugate; mi prese per mano e uscimmo fuori dall’ospedale. Facemmo qualche metro e spuntò la macchina di mio padre. Ci fece salire e, senza parlare, ritornammo a casa. Passarono alcuni giorni in cui mi chiusi in silenzio più del solito. Me ne stavo quasi tutto il giorno disteso sul letto. Mia madre entrava nella stanza per medicarmi la ferita e mi chiedeva continuamente come mi sentissi. Non era tanto la ferita a farmi male, quanto il pensiero che mio padre avrebbe potuto uccidermi. La situazione era diventata insostenibile e la cosa più grave è che fino ad allora davo delle stupide spiegazioni all’omertà di mia madre. Ora, da adulto, non ne trovavo. Mio padre mi chiese solo, qualche volta, come mi sentissi, ma non gli rispondevo. Questo lo faceva adirare ma, stranamente, non reagiva, chiudeva la porta e andava via. La ferita del corpo si rimarginò, ma non quella dell’anima. Appena mi rimisi in piedi, decisi di andare a fare una passeggiata, volevo incontrare Miriam. Quando la vidi mi chiese che fine avessi fatto. Cambiai discorso, le chiesi che scuola superiore avesse scelto. Mi fissò negli occhi e mi disse che non sapeva ancora bene cosa, perché suo padre era stato trasferito in un’altra città e dovevano lasciare il nostro paesino. Ebbi un colpo al cuore, non volevo credere a quello che sentivano le mie orecchie, anche se lei diceva che ci saremmo sempre sentiti, che saremmo rimasti in contatto. Io non mi riprendevo da quella scioccante notizia. Non passò molto tempo che Miriam si trasferì, lasciandomi un numero di telefono e un indirizzo. La cosa più importante e magnifica fu il primo bacio. No, non fui io a darglielo, ero troppo timido e impacciato; fu lei, all’improvviso, a darmelo. Dopo mi feci coraggio anch’io e ricambiai. Miriam si iscrisse al liceo classico. Io, per la mia forte passione e inclinazione per la matematica, scelsi il liceo scientifico. Ci sentimmo, inizialmente, tutti i giorni; era quasi sempre lei a chiamarmi, io non potevo. La bolletta del telefono, una volta, per causa mia, arrivò altissima e, questa volta, in ospedale dichiarai che mi ero rotto il setto nasale cadendo dalle scale. Chiamavo di nascosto e davo a Miriam, degli orari per richiamarmi, solitamente quando non c’era mio padre. Poi, con il tempo, le telefonate furono sempre di meno, al punto che il telefono non squillò più. Stranamente, anche io non la cercai; i rapporti a distanza non facevano per me; avevo bisogno di affetto, da vicino. Il liceo mi piacque molto, di amici stavolta ne avevo, lo studio procedeva abbastanza bene. A casa, però, la situazione non era migliorata. Mio padre, oltre a fare uso di alcol, si mise a farne anche di cocaina. A quindici anni, una sera, decisi di seguirlo di nascosto, volevo capire dove andasse. Rischiai tantissimo, mi misi dietro i sedili della macchina, ben nascosto dal buio e aspettai che arrivassimo a destinazione. Scese dalla macchina e io, dall’interno, lo seguii con lo sguardo. Suonò al citofono di un condominio e salì sopra. Passarono ore, decisi di scendere dalla macchina e continuare l’appostamento nascosto lì fuori. Dopo un po’ uscì, abbracciato a una giovane donna. La baciò e salirono in macchina. Io rimasi lì ad osservare tutta la scena e, poi, mi avviai a piedi, verso casa. Passarono un paio di giorni e durante uno dei tanti litigi, uscii fuori dalla stanza e mi misi a gridare: “Pezzo di merda, lasciala stare.” L’“orco” si girò di scatto e mi diede una sberla. Lo guardai dritto negli occhi; ormai erano anni che non piangevo più davanti a lui per le botte che mi dava; preferivo non dargli soddisfazione, piuttosto, piangevo dopo, in camera mia. Continuai: “Perché non te ne vai da quella troia…”. Ci fissammo a lungo, in silenzio. Mi diede uno spintone e uscì di casa. Chiesi a mia madre se era a conoscenza di tutto e la cosa più amara fu sentirmi dire di sì. Durava da molti anni. Quella sera proposi a mia madre di lasciare tutto e fuggire via da quell’inferno. Non sapeva, disperata, dove saremmo potuti andare, e diceva che lui ci avrebbe comunque trovati e chissà cosa avrebbe fatto. Non capivo come mai non lo avesse mai denunciato. Cos’era che lo legava a quell’uomo? Ancora oggi non riesco a trovarne le ragioni. Nell’estate dei miei diciassette anni, oltre a lavorare presso un distributore di benzina, come ormai facevo già da due anni, a fine anno scolastico, feci per la prima volta l’amore sulla spiaggia con una ragazza, conosciuta da poco e che sarebbe andata via, finite le vacanze. I miei sentimenti per le donne non erano fortissimi. Non mi legavo, non mi fidavo di nessuna. Gli uomini erano dei nemici, per la maggior parte. Chissà cosa si nascondeva dietro quelle ipocrite maschere: erano davvero così come si presentavano o avevano un demone dentro che recava dolore ad altri? L’ultimo anno del liceo volò in fretta. Io avevo raggiunto la maggiore età, partii militare, feci molte esperienze di vita. Il nonnismo da caserma mi faceva ridere rispetto all’inferno casalingo da cui provenivo. Grazie alla mia costituzione fisica mi sapevo difendere abbastanza bene. Durante il militare conseguii anche la patente e, con un po’ di soldi da parte, comprai una macchina usata. Finito il militare, tornai a casa e, una sera, mentre cenavamo, rientrò mio padre, che da un po’ di tempo dormiva più dalla sua amante che a casa. Ci salutammo freddamente, come sempre. All’improvviso accese una discussione con mia madre. Mio padre scattò in piedi e stava per darle uno schiaffo, ma stavolta, a fermare la sua mano ci pensai io. Ero diventato molto più forte di lui, gli diedi un pugno e lo mandai a terra, KO. Basta, la situazione era andata oltre. Dissi a mia madre di preparare le valigie e di non fare storie: la casa era di mio padre, gliela lasciavo volentieri. La notte stessa caricammo la roba in macchina. Mio padre, seduto sul balcone, vide allontanarci per sempre da casa. Affittammo un appartamento in un’altra città; mia madre trovò lavoro. Io mi misi a fare il cameriere e a studiare all’università per diventare professore di matematica. Passarono molti anni. Diventato professore di matematica andai a insegnare in un liceo. Nella sala professori, una mattina, vidi entrare la nuova collega di italiano. Una donna alta, bionda, con degli occhi colore del mare. Ci presentammo, il suo nome non era nuovo. Non era sposata ed era, per certi versi, come se non ci fossimo mai lasciati: era Miriam. Un giorno, ritornato a casa, trovai mia madre con un indirizzo in mano.” Tuo padre sta morendo, mi hanno telefonato dal paese, era giusto che tu lo sapessi. Io resto qua; tu fai come vuoi, ma era giusto che lo sapessi”. Andai dopo averci riflettuto parecchio. Al capezzale lo trovai ormai in agonia, con a fianco la sua amante, divenuta anziana pure lei. Il prete, mentre lo confessava, lo invitò a chiedere perdono, ma, soprattutto, a rifiutare Satana. Mio padre non aveva forza per rispondere e allora risposi io al suo posto. “Padre, lo sa cosa rispose Machiavelli in punta di morte, quando gli fu detto di rinunciare a Satana? Perché farsi dei nemici proprio adesso?”. E oggi, me ne sto seduto qui al cinema, con a fianco una bellissima donna, mia figlia, a vedere un film sulla mia vita e, molto probabilmente, la vita di tanti “maledetti”.